Indagini sul ghiaccio

Fabrizio de Blasi è un ricercatore del CNR. Ci ha raccontato cosa sta succedendo ai nostri ghiacciai. “Studiarli ci permette di sapere quello che è successo nel passato”

Se vai a leggere su wikipedia sotto la voce glaciologia scopri che si tratta della scienza che studia i ghiacciai, e come nei migliori romanzi di (fanta)scienza, l’incontro con lo scienziato accade nel campus universitario di Ca’ Foscari, in un giorno assolato e nemmeno troppo freddo (manco a dirlo) di febbraio. Felpa blu, capello un po’ sparato, Fabrizio de Blasi cammina spedito indicandomi un cuore verde nel mezzo del campus mestrino dove mi racconterà che “la situazione è irreversibile, ma forse possiamo mantenere limitare i danni”. 

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Parla dei ghiacciai, della loro scomparsa, e di quante informazioni stiamo irrimediabilmente perdendo, oltre naturalmente alle conseguenze sull’ecosistema. Quando alla fine del nostro incontro gli ho detto che non è mica tanto confortante parlare con lui, il glaciologo ha sorriso (gli scienziati, si sa, sono seri per definizione), rispondendomi che “le notizie brutte è meglio saperle subito, così sai cosa fare”. 

Nella vita Fabrizio studia i ghiacciai per l’istituto delle scienze polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche, e mentre trascrivo l’intervista che trovate anche sul link video, è in missione sugli Appennini. La situazione è semplice e altrettanto nota: i ghiacciai fondono perché la temperatura è aumentata. Il rischio nella peggiore delle ipotesi, ci dice, è che l’aumento superi i 4 gradi, con la conseguenza che tutto ciò che sta sotto i 3.6 mila metri scompaia. 
Quello che forse si sa meno, o che comunque è stato oggetto della sua riflessione, è che cosa perderemo. 
Informazioni. E preziose per giunta.

Per esempio, grazie alla glaciologia, noi riusciamo a scoprire l’evoluzione dell’anidride carbonica, il cui rapido aumento è il principale responsabile dell’attuale aumento delle temperature medie terresti. Attraverso queste informazioni possiamo determinare quanto e come si sia evoluto il clima, e in qualche modo misurare se non prevedere quello che potrebbe accadere. Il problema di perdere i ghiacciai, quindi, non è solo quello di avere meno rifornimento idrico per i momenti di siccità, mi dice per esempio che in un’estate particolarmente siccitosa, quella del 2003, l’acqua del bacino del Po era per il 30 per cento ricavata dalla “borraccia” glaciale, ma di perdere un patrimonio scientifico inestimabile. 

“Il ghiacciaio ci permette di sapere quello che è successo nel passato” dice Fabrizio. 

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“Il nostro istituto è stato impegnato in un importante progetto chiamato EPICA che aveva intenzione di reperire una delle carote più profonde dell’Antartide per indagare informazioni risalienti a circa 700 mila anni fa, oggi siamo impegnati nel progetto Beyond Epica con l’obiettivo di andare a studiare una delle carote più antiche: vogliamo arrivare indietro di 1.5 milioni di anni fa per capire quali sono state le variazioni del clima in un periodo così antico e quali sono state le differenze di durata tra i periodi glaciali e interglaciali. Questo è importante per dare sguardo al futuro e capire dove stiamo andando”.  (Scopri di più)

“Il ghiacciaio è in grado, ancora, di tamponare la siccità”. 

Sì, me lo ha detto davvero, perché nonostante non siano confortanti le informazioni che il ricercatore del CNR mi ha dato, si capisce fin dalle prime battute del nostro incontro che la speranza di Fabrizio de Blasi è che non si vada verso la soluzione peggiore. 

“Quasi tutti i ghiacciai dell’arco Alpino italiano sono messi così: questo vale sia per le Alpi occidentali, che rimangono più fortunate perché vivono a quote più elevate, dove fa più freddo e nevica di più, sia per quelle Orientali, dove la situazione è chiaramente più critica”. 
Ma se è vero, come è vero, che anche oltre i 4 mila metri di quota i nostri ghiacciai perdono molta massa, quello che accade sulle Alpi orientali è drasticamente peggiore. “I ghiacciai lì sono ridotti a piccole nicchie”. (Guarda il video)

Gli effetti del ritiro dei ghiacciai sono molteplici. 
Idrogeologici, innanzitutto. Ovvero, scomparirà quel bacino di acqua solida che fino ad oggi ha fatto da tampone alla carenza idrica (siccità). Ci saranno effetti destabilizzanti. La massa dei ghiacciai “tiene” la montagna. La sua fusione causa colate detritiche che, soprattutto negli ultimi anni provoca fiumi di “fango” che ricadono a valle. E poi effetti sulla storia del clima. “Perdere un ghiacciaio significa perdere un archivio di informazione che non recupereremo”. 
Per questo motivo Fabrizio, e con lui gli scienziati impegnati nelle missioni di carotaggio, lavora al progetto IceMemory con lo scopo di reperire campioni anche per conservarli a beneficio delle generazioni future. 
“La speranza” dice “è che nostri omologhi tra 30/40 anni, magari dotati di tecnologie diverse, più avanzate, riescano ad estrapolare informazioni che oggi noi non riusciamo a reperire”. 

E l’Uomo?
Sorride (nel video non si vede perché i video su internet devono durare poco e quindi si taglia un po’ altrimenti la gente – si dice – si annoia), ma poi si fa serio e mi ripete la domanda: qual è impronta antropica sul cambiamento climatico? Dalla meta dell’800, cioè con la seconda rivoluzione industriale le temperature sono aumentate. Non è un’opinione, ma storia. Recentemente, dopo la revisione di molti studi scientifici accreditati, si è riconosciuto che l’impronta umana è stata determinante nell’innalzamento delle temperature della nostra dimora (la terra).  1.5 gradi in 150 anni. Se andiamo a studiare i periodi delle grandi glaciazioni e confrontiamo il periodo caldo (dove i ghiacciai non c’erano) e il periodo freddo, la differenza è di 6 gradi in decine di migliaia di anni. 
Quindi il confronto è impietoso. 

Ma si torna indietro. 
No. Tornare indietro non si può, l’azione è irreversibile. Però possiamo fermarci, mi dice, possiamo limitarci. Possiamo capire. Possiamo migliorare. 

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Credits: Riccardo Selvatico per CNR e Università Ca' Foscari di Venezia

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