Diabolico perseverare, dagli errori si deve imparare. Chiacchierata romana con Chicco Testa.

Spoiler: si parla di nucleare, ma alla fine e poco. Tra una coca zero e qualche caffè.

Per chi non la conoscesse, piazza di Pietra a Roma è uno dei crocevia d’incontri più importanti della Città Eterna. Lui, Chicco Testa, classe ’52, ancora l’eco dell’idioma di nativo bergamasco in bocca come le sigarette che sfumano veloci tra una battuta e l’altra, arriva al nostro appuntamento percorrendo veloce la piazza in stile semi estivo, d’altra parte il sole gli dà ragione, maglioncino in cotone e sneakers. 

Si parla di energia, si parla di crisi, di guerra, di Pnrr. Sul tavolo la prima coca-zero.

Da qui al prossimo inverno non avremo problemi sugli approvvigionamenti, dice Cingolani.

Da qui al prossimo inverno - mi fa eco Testa sorridendo - il problema è appunto cosa succede il prossimo inverno. Credo sia difficile sostituire completamente il gas russo. Intanto bisogna andare a manetta con il carbone, per risparmiare la quota di gas (il 50 per cento del gas totale) per produrre energia, e poi bisogna fare qualche sacrificio. Adesso dobbiamo riempire gli stoccaggi per essere pronti per l’inverno, ma temo che dovremo aspettarci problemi.

La storia, si sa, non racconta il futuro, semmai ci fa imparare qualcosa dal passato. 

Chi ha fatto scelte - nel passato - non disponeva delle informazioni per farle necessariamente giuste, perché ogni scelta, di fatto, è un tentativo. L’errore grave è non imparare dagli errori. E noi di errori ne abbiamo fatti: primo, abbiamo pensato che l’energia continuasse a costare poco, e secondo che la Russia anelasse ad un processo di integrazione commerciale e anche culturale con l’Europa. Mentre noi stavamo in questo mood, lui (Putin ndr) stava progettando l’assassinio. Ma dopo la Siria e la Crimea qualche domanda ce la saremmo dovuti porre. E, infine, abbiamo immaginato una transizione ecologica che prevede un aumento importante di consumi energetici insieme ad un aumento importante di fonti rinnovabili senza coprirci le spalle. L’elettricità fa il 20 per cento dei consumi energetici totali e adesso ci troviamo con un aumento dei costi del petrolio e del carbone. Abbiamo disegnato un percorso irenico pacifico e tranquillo verso un mondo fatto di rinnovabili per scoprire che invece dobbiamo pensare a cambiare dieta. Questo è errore culturalmente grave. 

Ci saranno, però, alternative gli chiedo facendo riferimento alle recenti dichiarazioni di Josep Borrell sull’ipotesi di importare idrogeno. 

È come dire a uno che sta morendo di fame che aumentiamo l’importazione di fragole. 
L’idrogeno è una cosa utile che può arrivare, ma dopo che hai sistemato le cose che servono. 

Alla seconda coca-zero sul tavolo gli chiedo delle rinnovabili. 

Fotovoltaico ed eolico hanno avuto tanti incentivi. Ma abbiamo concesso incentivi sproporzionati, e questo ha gravato e pesato sulle nostre bollette. A fine corsa noi avremo speso 250 miliardi di incentivi tra fotovoltaico e tutto il resto: siamo arrivati a 12 miliardi all’anno e produciamo il 38% del fabbisogno di cui la maggior parte prodotti con idroelettrico che però è stato costruito tra gli anni ’30 e gli anni ‘60 (e già completamente ammortizzato).

Il contributo delle rinnovabili sul totale dell’energia è il 6 per cento, perché devi pensare che è il 38% dell’energia elettrica, dove però l’energia elettrica è il 20 per cento del 100. Poi abbiamo altri problemi. Per esempio, avrai sentito che ci sono molti progetti in attesa di autorizzazione: peccato che l’80 per cento di questi progetti stia nel Mezzogiorno, mentre i consumi stanno in pianura padana”.

Assodato che il futuro non era così tanto irenico, dovremmo pur far qualcosa. 

Noi abbiamo il dovere di immaginare il giorno in cui le batterie costeranno poco, come gli elettrolizzatori e che l’elettricità correrà in wireless; il punto è che dobbiamo uscire vivi dai prossimi dieci anni. Questa è probabilmente la situazione più difficile che abbiamo affrontato dal dopo Guerra. Durante il periodo della Guerra Fredda c’erano gruppi dirigenti assennati, adesso ho l’impressione che ci sia un autocrate assoluto alla ricerca di una rivincita sull’Occidente e che mette in discussione tutti i presupposti delle democrazie liberali e della tolleranza culturale che noi abbiamo. Sono molto preoccupato. 
 
Come stiamo affrontando la transizione ecologica?

Mi convince, ma è una cosa che va fatta con il passo dell’alpino e non con la corsa del centometrista. Diciamo, una prospettiva su cui lavorare con calma e con le spalle coperte, senza estremismi… Ti faccio un esempio: ad un certo punto era pronto un provvedimento che diceva che tu non potevi vendere casa se non era in un’alta classe energetica. Questo avrebbe significato che il 70 per cento del patrimonio edilizio italiano non sarebbe stato più commerciabile. Fortunatamente il provvedimento è stato ritirato. Non mi convince per niente, invece, il fatto che si dica che uno dei principi base della transizione sia l’equità, perché erano trent’anni che non davamo una mazzata così forte alle famiglie italiane. Nemmeno con Lehman Brother, nemmeno con il Covid. 

Ma secondo te si può essere tanti, ricchi e rispettare l’ambiente?

Sì, usando le tecnologie appropriate. Oggi i grandi inquinatori sono i più poveri perché hanno bisogno di energia a basso costo: l’anno scorso il fabbisogno di carbone è cresciuto del 6 per cento soprattutto in Cina. Hanno bisogno di grandi quantità di energia e non possono fare tanto i raffinati: se hai un fabbisogno così alto o hai il gas o hai il petrolio o hai il carbone o hai il nucleare. Naturalmente il carbone è quello che costa meno. Quando inizi ad accumulare e hai risparmi, ti sposti verso tecnologie più importanti. Io temo che se avremo un impoverimento molto forte, anche la transizione verrà messa in discussione.

Però ci stiamo indebitando mica male con questa cosa.

Certo, il debito è un altro problema. Anche perché si sta avvicinando la stagflazione, una tempesta perfetta. La crisi russa rimette in discussione tutto: la globalizzazione ci ha portato abbassamento dei costi e un miglioramento della produttività. Oggi dobbiamo occuparci dei generi alimentari. Non abbiamo materie prime, il combustile è un disastro, e c’è allarme sui prezzi agricoli. 

Ma è un mondo finito secondo te?

Penso di no, però ha preso una brutta botta e prima che si ricostruiscano tutti i rapporti di fiducia necessari ci vorrà molto tempo.

Il Papa sulla globalizzazione ha un pensiero sicuramente diverso.

Ma infatti non sono d’accordo con il Papa. Lui immagina un terzo mondo che non c’è più. Mi sembra influenzato da vecchie idee. E anche sulla crisi russa mi sembra che mostri un irenismo lontano dalla realtà dei fatti.

Secondo te stiamo allocando bene i soldi del PNRR?

Non lo so. Non riesco a vedere un progetto. Mi dicono che c’è molta dispersione. 
Alcune regioni - mi dicono - stanno presentando progetti nuovi su punti infrastrutturali importanti; altre invece hanno tirato fuori dai cassetti tutti i progetti rimasugli con la logica del faccio tante piccole cose per accontentare un po’ tutti. Facendo la tara, secondo me nel centro nord e nel nord si sta lavorando bene. Sui fondi, dove potrebbero essere utili al sud, alcune amministrazioni potrebbero non avere le capacità di allocarli bene

Potevo non farti una domanda sul nucleare?

In Italia bisogna aspettare che ci sia una nuova generazione di tecnologia. Con questo nucleare e con questa generazione proporlo oggi è impossibile. Non passa nell’opinione pubblica è così non c’è niente da fare. Condivido la posizione del Ministro che dice una tecnologia che oggi no, ma studiamola. 

Perché in Francia sì e da noi no?

Perché i francesi hanno una storia. Lo hanno scelto da cinquant’anni e non ha mai dato problemi. Hanno le bollette basse e un larghissimo consenso sociale e hanno uno Stato che decide non…. deve chiedere il permesso all’ultimo comune… 

Il famoso Nimby. Perché in Italia siamo così?

Perché siamo vecchi e siamo conservatori: poi ci sono due fattori strutturali. Abbiamo un paesaggio delicato e una burocrazia poco efficiente. Ma una è una scusa e l’altra è un’aggravante. Capisco che con un paesaggio così delicato ci sia più preoccupazione che se fossimo in un deserto, ma poi siamo come i nonni che non vogliono cambiare la poltrona anche se ha le molle che escono dal cuscino. Siccome, poi, la struttura decisionale italiana è molto debole, chi si esercita nell’infilare un bastone nelle ruote del carro ha gioco facile tra sovraintendenze, Tar, sindaci… costruire un meccanismo positivo è complicato. Non parliamo del termovalorizzatore a Roma, o dei giacimenti di gas su cui siamo comodamente seduti.
È come se non imparassimo mai. Un lato positivo - per modo di dire - di questa situazione è che ci sta costringendo a fare un bagno di realismo. Oggi nessuno protesta perché facciamo funzionare le centrali a carbone e anche sulle estrazioni in Adriatico il Governo ha deciso di potenziare, e tutti sono zitti.
 

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